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Mr Giuliano Ferrara & Mr Giannettini

venerdì, 12 ottobre 2007 15:36 in varie

Mr Giuliano Ferrara & Mr Giannettini

A pp. 371-372 di M. Nozza, "Il pistarolo", Il Saggiatore, Milano 2006, leggo che l'onesto Ferrara, ex-PCI, ex-PSI, ex-FI, ex-informatore della CIA, ex-tutto, ma attuale direttore del "Foglio" di proprietà della moglie (o del maggiordomo, o del cane: al momento, non mi sovviene) di Berlusconi, scriveva nel 1997 sul suo fogliaccio, credo il 15 dicembre, un art. dall'eloquente titolo "Giannettini, l'eroe del nostro tempo". Così lo commenta, citandolo, Nozza: "Abbandonato il tono suadente del presentatore televisivo 'da canale pubblico', Ferrara si scagliava contro 'la mania paranoide e pistarola che si perde ormai nella notte dei tempi e delle stragi': sollevava il dubbio che Giannettini, facendo quel che aveva fatto, avesse esercitato nient'altro che 'l'onesto mestiere di spia'. Giannettini (scriveva Ferrara, parandosi dietro una trincea di condizionali, che lasciavano tuttavia intendere un suo preciso convincimento) 'potrebbe benissimo non avere messo le bombe [a Piazza Fontana], come dice la sentenza che l'ha assolto, e sapere più, molto di più di quel che dice; ma potrebbe benissimo, il suo silenzio (che un giorno finirà declassificato e verrà messo allo scoperto, perché il tempo giusto sarà infine passato), essere stato la testimonianza di una fedeltà missionaria [corsivo mio] al mestiere, di un lavoro ben fatto [corsivo mio] per difendere patti, legami, reti che lasicurezza collettiva richiedeva, secondo la mentalità politica dell'epoca della guerra fredda, di gettare e custodire gelosamente'. Giannettini, insomma, si chiedeva Ferrara, "non potrebbe essere stato, a suo modo, un eroe dei nostri tempi, il depistatore per il bene di una causa che l'Italia di tutti noi, dei cittadini comuni, non poteva e non doveva capire [corsivo mio], e che pure era causa comune di sicurezza e di protezione negli anni duri del confronto Est-Ovest?".

Considerate se questo è un uomo...


Namib.   Un commento

martedì, 20 marzo 2007 19:32 in varie
Contra hominis dignitatem
L'art. 1 della "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" recita:

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

E' interessante notare come tutti i punti ideologicamente caratterizzanti di questo art. siano in realtà definienda, o historice definita: liberi è storicamente, giuridicamente ed etimologicamente latino, ed anche iura; per tacer di ratio (fortunatamente, ancora sub judice). L'unico termine in qualche modo "naturale" (per quanto reso astratto, e non è poco), 'fratellanza', è corrotto dall'accezione meno universale (posto che 'universale' sia un concetto universale) di pneuma, ruach, spiritus. Tutta questa costellazione ideologica, incredibilmente, funge da preambolo a qualcosa che ha l'ambizione di chiamarsi, appunto, "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", negante dunque fin dal titolo (e nella 'carne') quella che è la principale caratteristica dell' "uomo" (ennesima astuzia...), ovvero la pluralità culturale.

Noterete come io abbia lasciato fuori dal computo il termine "dignità". Pour cause. Questo astrattivo latino (dignitas) è una perfetta summa della filosofia inconscia (in questi tempi calamitosi, la si definisce "ideologia", mentre è solo il quadro assiologico di molte ideologie) della "Dichiarazione": un termine che riunisce il valore della dignitas sociale alla necessaria dignitas "humana": questo termine esclude "ideologicamente" qualunque staticità sociale: tutti gli uomini, in quanto di per sé "degni", possono conseguire una dignitas  materiata di prestigio sociale (naturalmente, si tratta di un concetto assolutamente non-romano, bensì cristiano).

Esistono tuttavia nel mondo delle società castali, ad esempio alcune frange della società hindu, molte attuali società primitive. Esistono società in cui il diritto alla vita o alla libertà (pensiamo alla fu Kampuchea democratica) non esiste; esistono società in cui la donna è inferiore all'uomo. Le tre semplici domande che dobbiamo porci sono:

1. Queste società sono "inumane" (non nel senso di "crudeli", ingiuste, ma specificamente di "non-umane")?

2. La mobilità sociale che è la fondante e progressiva caratteristica del capitalismo (ma non solo) costituisce una "misura storica" in qualche modo scientifica del "grado di umanità" delle diverse società?

3. Cosa fare delle società "renitenti" a ciò che, dal punto di vista europeo (dunque "occidentale") non possiamo non definire "sviluppo"?

Le risposte a queste domande non sono più rinviabili. Provo a darne qualcuna:

1. Queste società sono umane, a pieno titolo. Ciò significa forse rinunciare alle (o relativizzare in modo estremo le) coordinate dei diversi tipi di convivenza proposti dal c.d. "Occidente", fino a giungere ad una sostanziale indifferenza etica? No. Significa solo definire "umana" (in base a coordinate etiche e scientifiche - id est antropologiche - di tipo appunto "occidentale") anche una visione del mondo ideologicamente in conflitto con quella greco-romana/giudeo-cristiana/illuminista-materialista.

2. Dal punto di vista marxista (con il quale concordo), la distruzione delle caste feudali (NB: "feudali": si parla sempre di prodotti storici determinati, non della "sparizione di concetti") e la conseguente mobilità è stata un progresso innegabile ed epocale, ma la "misura storica" dell' "umanità" di una società è un mero labirinto di ossimori (e le caste indiane hanno una storia diversa, rispetto alle rigidità di ceto feudali!), dal quale si può uscire solo a patto di identificare la propria cultura con la "natura": e la "conquista della natura" è appunto
la vocazione della *nostra* cultura, e delle società che, con diversa vischiosità sistemica fanno riferimento ad "essa" (le virgolette servono a ricordarci come in realtà l'Occidente sia a sua volta una creazione culturale, al suo "interno" variamente declinata e condivisa).
 
Io condivido questa strada, fino in fondo, ma proprio per questo vedo come "terra di conquista" anche la "nostra" cultura: conquistabile, cioè 'percepibile'. Il che significa che in questo discorso non si fa parola di relativismo (ciarpame arcaico, in termini "occidentali": ovviamente, le culture sono relative, tranne che per coloro che sono, legittimamente, disposti a credere al divino --- cioè, diceva Nietzsche, all'inumano), bensì di diversità concorrenti. Competitors.
 
3. Che fare? E' semplice: si deve "convivere" e competere. E, se si può (e si deve!), espungere dal novero degli attributi dell'uomo, quel leopardismo d'accatto che è la "dignità umana", uno pseudo-concetto, dalla cui univoca vaghezza è celato un mosaico pluridimensionale (con tessere pluridimensionalmente sovrapponentisi ed interpenetrantisi) di dignitates in sé irriducibili, ma storicamente sempre mediate: dalla cultura, dal commercio, e persino dalla guerra. Il nemico è sempre una controparte parlante.

Namib.   Nessun commento

Ariell Toaff in salsa "padana"

giovedì, 01 marzo 2007 19:52 in varie

Ariel Toaff in salsa "padana"

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Come era facile prevedere, il libro di Toaff, o piuttosto la campagna contro il libro di Toaff?, ha sortito un effetto. Mentre sulla stampa e in rete ci si accapigliava fra sostenitori della libertà di ricerca ed energici fautori della prevenzione contro il diffondersi delle calunnie antisemite (e naturalmente queste due posizioni non sono inconciliabili, e sono ambedue per lo più interne alla sinistra), chi riprendeva, in termini schiettamente antisemiti la calunnia del sangue (prescindendo, ovviamente, dal testo di Toaff)? La destra, naturalmente, e nella fattispecie gli "studenti antagonisti [!!] padani", un gruppo di una trentina di persone, capeggiate da tal Fumagalli ("non-lettore" confesso del testo di Toaff, of course), che ha affisso, alla Cattolica di Milano, manifesti dal titolo: Il fondamentalismo ebraico nelle tenebre [come te sbajji? NdNamib] del Medioevo. La sconcertante rivelazione di Ariel Toaff: il mito dei sacrifici umani non è solo una menzogna antisemita. L'incredibile immagine medievale che correda il tristo manifesto dovrebbe essere visibile supra.

Da questa vicenda bisognerebbe, credo, trarre una lezione che certo prescinde dal presunto "caso Toaff". Mentre liberali, socialisti e comunisti si dividono sanguinosamente sulla libertà di opinione e di stampa (vedi il caso Chomsky/Faurisson) e sulla politica di Israele, e mentre gente come Fiamma "Mescalina" Nirenstein vaneggia di un "pericoloso antisemitismo di sinistra", l'antisemitismo si rivela ancora una volta per quello che è: retaggio fascista (e/o, in Italia, cattolico-tradizionalista).


Namib.   Nessun commento

Caro senatore Turigliatto

mercoledì, 21 febbraio 2007 20:02 in varie

Da comunista a comunista

Caro senatore Turigliatto,
 
sono un comunista rivoluzionario, e le scrivo per manifestarle tutto il mio stupore per l'incredibile atto da lei compiuto, che forse determinerà la caduta del Governo Prodi. La chiamo "senatore", caro Turigliatto, perché mi riesce francamente difficile chiamare "compagno" una persona che, per ragioni di principio (cioè per ragioni inesistenti, nella dura realtà), rischia di restituire il Governo di questo sfortunato Paese ad una coalizione eversiva che già tanto male ha fatto ai lavoratori e all'Italia.
 
Lei ha dichiarato di "non auspicare" la vittoria di un Governo di centro-destra. In realtà, lei ha fatto ben più che "auspicarlo" positivamente: lo ha *determinato*. E perché, poi? Lei dice che non voterà "per la guerra"; ma dovrebbe sapere (e dovrebbe averglielo insegnato la tradizione di Realpolitik che un tempo era un vanto della sinistra italiana) che l'autonomia militare occorre guadagnarsela: non si può professare al contempo un'opposizione senza orizzonte alle basi USA in Italia e la volontà di *diminuire* il bilancio della Difesa (peraltro aumentato, in finanziaria; non le era parso di "votare per la guerra", allora?)
 
La politica estera di un Paese che scientemente decidesse (come lei "auspica") di diminuire le spese militari *e* di non *comprare* (perché anche a questo serve la NATO) la propria "difesa" alla "banca" dell'esercito USA --- beh, la politica estera di questo Paese semplicemente non esisterebbe. Ergo, in assenza di un'urgenza vera (visto che, anche a causa di quelli come lei, la "politica estera italica" viene fatta appunto all'estero, e non, come si dovrebbe, all'interno della UE), lei ha fatto cadere un Governo che stava agendo bene sulle questioni economiche, cioè sulla vera carne del contendere, la sostanza sulla quale possiamo ancora realmente decidere.
 
E lo ha fatto, quel che è peggio, per ragioni "morali". Come le dicevo, io sono un comunista rivoluzionario, quindi NON sono un utopista velleitario. Ho quindi imparato a diffidare dei "comunisti" come lei, e preferisco votare (perché - càpita, lo sa? - si gioca anche "in difesa") per onesti moderati come i DS, senza aspettarmi altro che seria capacità gestionale, piuttosto che spezzarmi le ossa per colpa delle "ragioni del cuore" di voialtri.
 
Comunista lei? "Ma mi faccia il piacere", come diceva il sommo Principe.
 
Con confermata disistima,
 
Giuseppe Lucchesini

Namib.   2 commenti

Laici in cerca di preti

sabato, 23 dicembre 2006 20:07 in varie

Laici in cerca di preti

Il "Manifesto" di oggi titola, sul rifiuto della Chiesa ad un funerale religioso per Welby: "Scomunicato". Sommario: "Domani i funerali di Piergiorgio Welby, pericoloso per la Chiesa anche da morto. Il Vicariato di Roma prega per la sua 'eterna salvezza' ma non gli concede le esequie religiose perché 'ha contrastato la dottrina cattolica affermando pubblicamente la volontà di porre fine alla propria vita'".

Beh, la Chiesa non poteva comportarsi diversamente. Perché tanta inutile sorpresa? Analizziamo la questione.

Che cos'è la Chiesa Cattolica (CC)? Un club privato con suoi usi e costumi.

Ci sono due possibilità: Welby non era affiliato al club CC (1) o lo era (2).

Nel caso (1), non si vede perché un non-CC debba/voglia richiedere esequie secondo l'usanza del club CC. Nel caso (2), il suo club, come da statuto (Catechismo della CC, artt. 2280-2283), espelle (affidandoli ad una entità metafisica) coloro che si suicidano. Ergo, ha espulso Welby (che, nella terminologia del club è "morto in stato di peccato mortale"), affidandolo a (sempre per rimanere nei termini tecmici di questo club) "Dio".

Se ne conclude che a) o Welby non ha subito danno veruno dal rifiuto del Vicariato (non sessendo parte del club CC), oppure, come membro del club, b) ha posto ai dirigenti della CC una richiesta che essi non potevano assolvere
in base allo Statuto del club. Punto.

Ai laici non "servono" i preti.

 

 


Namib.   Un commento

Una vecchia canzone

venerdì, 08 dicembre 2006 13:25 in varie

Qual è l'archetipo sul quale va consolidandosi, in Europa e nella scarsamente europea Italia, il razzismo amti-islamico e/o anti-arabo? Le sue "motivazioni storiche" (se di "motivazioni" si può parlare in materia di razzismo) sono riducibili all'11 settembre?

A mio avviso, è la risposta alla seconda domanda che può fornire la necessaria premessa per riformulare la prima.

Ovviamente, ove si consideri il razzismo anti-islamico nel quadro più vasto del razzismo nei confronti delle popolazioni di colore *e* orientali, questo razzismo è antichissimo. Tuttavia, esso ha in sé delle peculiarità 'moderne' (intendendo con ciò: successive alla campagna napoleonica in Egitto), che sono state ben descritte nel capolavoro del compianto Edward Said, "Orientalismo" (tradotto in Italia da Feltrinelli).

Esiste tuttavia un ulteriore, e fondamentale, stadio, nella formazione di tale archetipo, ed è la crisi petrolifera che seguì la guerra dello Yom Kippur (1973). Lo shock di cui spesso si parla fu, oltre che economico, anche culturale, e dimostrò in maniera pratica come i popoli detentori delle materie prime (in primis il petrolio), un tempo relegati ai margini della storia, potessero esercitare un ruolo attivo. Così fecero i Paesi OPEC, riducendo del 5% al mese la produzione di greggio.

Cosa c'entra questo fatto, con il razzismo anti-islamico? C'entra: il Grande Consumatore era per la prima volta chiamato a render conto ai fornitori. Questo fatto "fisico" (cioè economico) provocò, come "effetto collaterale", due conseguenze culturali: a sinistra, i "popoli oppressi" cominciarono da un lato ad esser visti come finalmente attivi, dall'altro come un problema immediato e materiale; a destra, si operò la saldatura fra disprezzo delle culture altre e "invadenza" di tali culture nei propri bisogni primari. Ne sortì un mostro: un rabbioso revisionismo a sinistra, un razzismo puro e semplice a destra.

Naturalmente, il contraccolpo del 1973 (sommato a quello del 2001) è ben lungi dall'essersi esaurito, ed è tutt'ora operante, ancorché "invisibile" ai più. Ma i poeti, si sa, hanno la vista più lunga degli altri. E il signor Robert Zimmermann (in arte Bob Dylan) è indubbiamente un grande poeta. Leggiamo cosa scriveva (e cantava, ovviamente) nel lontano 1979, in Slow Train Coming (siamo nel suo periodo di "cristiano rinato", NB):

All that foreign oil controlling American soil,
Look around you, it's just bound to make you embarrassed.
Sheiks walkin' around like kings, wearing fancy jewels and nose rings,
Deciding America's future from Amsterdam and to Paris
And there's a slow, slow train comin' up around the bend.

Qui vediamo sommati dei motivi classici del razzismo: incultura "selvaggia" (fancy jewels) dei "primitivi" (nose rings), sentiti nello stesso tempo come potenti (controlling American soil) ed inafferrabilmente internazionalisti (Deciding America's future from Amsterdam and to Paris).

I primi due motivi sono un "classico" del razzismo statunitense contro gli afroamericani ("celebrato" in tanti "innocui" ed umoristici film), i secondi due provengono invece direttamente dal repertorio dell'antisemitismo. La strofa si chiude poi con un monito che ha il chiaro significato di: "la nostra pazienza è grande, ma sta per finire, e la vendetta sarà terribile". In altri termini:

And there's a slow, slow train comin' up around the bend

In questa triste strofa, il sempre lungimirante Bob ci ha "donato" (ma ne avremmo volentieri fatto a meno) un perfetto "archetipo testuale", molto più efficace (e più "sintetico") delle scomposte idiozie propalate dalla Fallaci (mera eco della canaglia vandeana): qui si è invece creato un mito. Un mito che era già nelle cose, e che, a quanto pare, non cessa di figliare. Rendersi conto del progressivo irrazionalizzarsi della "nostra" autoanalisi mancata -- beh, sarebbe quanto meno un passo avanti.

Ma c'è a chi piace, il sottosuolo...


Namib.   2 commenti

L'anticomunismo in Italia

mercoledì, 22 novembre 2006 12:44 in varie

Curiosamente, l'Italia vanta ancora un assedio ideologico. Vittima? Una soltanto delle "due" ideologie "totalitarie" (come si usa ora dire, con tristo & triste vocabolo criptoideologico) del Novecento: il comunismo.

Una soltanto. Mentre il fascismo italiano, dopo l'abluzione di Fiuggi, è stato reintegrato (a mio avviso, giustamente) nella comunità politica nazionale, i partiti comunisti (ed anche post-comunisti) sono tuttora oggetto di aggressioni verbali e di ossessive campagne-stampa (soprattutto sulla stampa/tv del micro-Masaniello italico, ma non solo), che bizzarramente hanno valicato non solo il 1989 e lo scioglimento del PCI, ma anche l'evidente ridimensionamento politico ed ideologico di RC prima e poi del PdCI.

Queste aggressioni hanno attraversato varie fasi. Dalla contesa cold war styled all'accusa di terrorismo (davvero stravagante, ai tempi della cacciata di Lama dall'Università, dell'adesione del PCI alle leggi speciali ed all'intransigenza su Moro), poi, dopo l'89, dalle rampogne sullo "statalismo" (verso Partiti che hanno già privatizzato e continueranno a farlo) all'insensato anatema sul presunto "antisemitismo di sinistra" (di cui ho già parlato qui; per i fatti del 18/11/2006, si veda l'art. di Rossana Rossanda sul "manifesto": http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Novembre-2006/art2.html).

Personalmente, ritengo che queste polemiche siano un buon segno. Se, come si ripete ad nauseam, il "comunismo" (ma dietro questa parola gli interessati critici nascondono il marxismo) fosse ormai una reliquia del passato, da affidare agli istoriografi della pre-modernità, nessuno spenderebbe oceani di parole (e, altrove, qualcosa di più: si veda la recente legge ceca) per contrastarla: basterebbe sedersi sulla sponda del fiume.

Come scrive la Applebaum nell'introduzione alla sua storia dei campi di concentramento sovietici (Gulag, Mondadori 2004), in Occidente non è ancora maturata quella "sensibilità" che dovrebbe consentirci di accostare - in una "naturale" reazione di "orrore" - fascismo, nazismo e comunismo. Bene. Questa è appunto la realtà: in Occidente non siamo disposti (quanto meno, non supinamente) ad accostare (senza, peraltro, ragione veruna) due fenomeni storici opposti. "Perché?", si chiede sgomenta (?) la Applebaum, dando una serie di risposte ragionevoli, ma dimenticando di chiedersi se la formulazione della sua domanda sia corretta. "Perché" nessuno storico contemporaneo può fare a meno di un'analisi di classe, nello svolgimento del suo lavoro; perché i movimenti comunisti hanno partecipato attivamente (e talora solitariamente) alla costruzione di quei diritti di cui godiamo ancora oggi. Sono due delle molte risposte. Ma si sommano in una: perché l'accettazione dell'esistente-come-eternità è definitivamente scomparsa. Grazie a Karl Marx. Che ancora, evidentemente, "si aggira per l'Europa".


Namib.   4 commenti

Contro Walt Whitman

mercoledì, 15 novembre 2006 12:58 in varie

Anche la poesia è (può essere) un veicolo di pre-giudizio ideologico. Vediamo come opera(va) il "poeta morto" preferito da Peter Weir...

"Salut au monde" -  Walt Whitman (da Leaves of Grass)

You whoever you are!
You daughter or son of England!
You of the mighty Slavic tribes and empires! you Russ in Russia!
You dim-descended, black, divine-soul'd African, large, fine-headed,
nobly-form'd, superbly destin'd, on equal terms with me!
You Norwegian! Swede! Dane! Icelander! you Prussian!
You Spaniard of Spain! you Portuguese!
You Frenchwoman and Frenchman of France!
You Belge! you liberty-lover of the Netherlands! (you stock whence I
myself have descended;)
You sturdy Austrian! you Lombard! Hun! Bohemian! farmer of Styria!
You neighbor of the Danube!
You working-man of the Rhine, the Elbe, or the Weser! you working-woman too!
You Sardinian! you Bavarian! Swabian! Saxon! Wallachian! Bulgarian!
You Roman! Neapolitan! you Greek!
You lithe matador in the arena at Seville!
You mountaineer living lawlessly on the Taurus or Caucasus!
You Bokh horse-herd watching your mares and stallions feeding!
You beautiful-bodied Persian at full speed in the saddle shooting
arrows to the mark!
You Chinaman and Chinawoman of China! you Tartar of Tartary!
You women of the earth subordinated at your tasks!
You Jew journeying in your old age through every risk to stand once
on Syrian ground!
You other Jews waiting in all lands for your Messiah!
You thoughtful Armenian pondering by some stream of the Euphrates!
you peering amid the ruins of Nineveh! you ascending mount Ararat!
You foot-worn pilgrim welcoming the far-away sparkle of the minarets
of Mecca!
You sheiks along the stretch from Suez to Bab-el-mandeb ruling your
families and tribes!
You olive-grower tending your fruit on fields of Nazareth, Damascus,
or lake Tiberias!
You Thibet trader on the wide inland or bargaining in the shops of Lassa!
You Japanese man or woman! you liver in Madagascar, Ceylon, Sumatra, Borneo!
All you continentals of Asia, Africa, Europe, Australia, indifferent
of place!
All you on the numberless islands of the archipelagoes of the sea!
And you of centuries hence when you listen to me!
And you each and everywhere whom I specify not, but include just the same!
Health to you! good will to you all, from me and America sent!

Each of us inevitable,
Each of us limitless--each of us with his or her right upon the earth,
Each of us allow'd the eternal purports of the earth,
Each of us here as divinely as any is here.

Dal punto di vista concettuale (il punto di vista poetico è tutt'altro
problema), si potrebbero isolare due punti:

a) il titolo ("Salut au monde");
b) i quattro versi finali.

Il "resto" (crocianamente tale) è infatti un banale catalogo anaforico, e non aggiunge nulla ad a. e b.

a. Il "monde" è l'assunto di questo testo, che il poeta tenta di "dimostrare" (ma non è compito di poeti, va da sé) nella lunga allocuzione che segue, semplicemente "sommatoria" di diversi tipi di uomini, comunque "uguali", ed interni ad un'entità assiomatica detta "mondo". Perché "uguali" ("You whoever you are!")? Passiamo alla clausola ideologica.

b. Sono "uguali" perché (tutti) "inevitable" e "limitless". E' un'affermazione curiosa, poiché (of course) ciò che è limitless (in senso americano: ciò, in senso t.e.lawrenciano, che scrive il proprio destino, che conquista linee di confine, che espande la civiltà e/o la presenza umana nel mondo "divino") non può essere "necessario" ("inevitable"), in quanto la forza volitiva che gli si attribuisce con l'attributo "limitless" svanirebbe con l'"inevitable", che indica ciò che è "già-sempre" necessario, e dunque (per definizione) immobile. Ma l' "ideologia dell'umano" proprio questo vuole salvare: un'illimitata acquisibilità (di beni e di impossibili "esperienze") insieme ad un'inviolabile individualità, messa in gioco ed in contrasto (*ma* ossimoricamente "inevitable") con volizioni egualmente illimitate (illimitatamente voraci) ed egualmente illimitabili.

Si tratta, come è ovvio, di un "uomo mitico" (irrazionale *e* significativo), ma è solo su questo piano che può esistere la mitica "umanità" (accidentalmente - e sembra curiosa questa cursorietà stilistica, per un processo storico decisamente e formalmente LIMITED e LIMITER - provvista di non meglio specificati "diritti", financo sessuati, "his" & "her"). Ed infatti, i "purports" (significati o fini?) della terra sono "eternal", e la presenza di ciò-che-è avviene *divinely*. Come potrebbe avvenire altrimenti, del resto? Ergo (meccanicisticamente: e me ne vanto), per tornare all' "aiuola che ci fa tanto feroci", chi critica la politica estera di Bush ma non osa criticare il misello "individuum" (il misello pensa appuinto di essere in-dividuum, sebbene sia "diviso" nella vita lavorativa di tutti i giorni), "limitless" e "inevitable", NON critica Bush sul piano politico, ma "concorre", sia pur contro di lui (e ciò ha comunque un rilevante significato "amministrativo"), "in" una visione del mondo sostanzialmente irrazionale. Quod demonstrandum erat et semper timendum est.


Namib.   Nessun commento

Antisemitismo di sinistra

venerdì, 20 ottobre 2006 15:46 in varie

Davvero interessante, l'articolo di Kistenmacher che si può leggere qui:

http://www.engageonline.org.uk/journal/index.php?journal_id=12&article_id=45.


Le citazioni dalla Rote Fahne non sono davvero una faccenda di cui, come comunisti, andare orgogliosi. Orribili. Avrei comunque delle riserve sulla costruzione del
testo.


Giustamente, l'autore parte da due fatti incontestabili, ma se li avesse fatti arrivare a tre sarebbe stato più preciso.

L'influenza delle metafore/realtà staliniane (e sovente russe: il particolarismo ebraico come fattore insidiosamente erosivo del nazionalismo grande-russo di Stalin; non conoscevo il dettaglio della presenza del "sionismo" fra gli accusati ideali dei grandi processi), saldate in modo purtroppo efficiente al "socialismo degli imbecilli" (lo stereotipo dell'ebreo-ricco e "padrone occulto") hanno ben potuto influenzare il proletario medio tedesco, ma non sarebbero certo giunti al punto di produrre l'antisemitismo di cui gronda la Rote Fahne se non fossero stati "unificati" dal terzo fattore, quello decisivo: una visione del nazionalismo tanto ristretta e schematica da battezzare (in URSS, per ragioni geostrategiche) come "antimperialista" ogni rivolta sostenuta da un nazionalismo oppresso dal potere militare di una grande potenza (UK e USA in primis).

Sono queste tre semplificazioni a causare il nesso rivelatosi nella RF come antisemitismo puro e semplice. E' questo abbaglio storico (non certo marxiano) che ha condotto il KPD a porre in parentesi la lotta di classe inter-araba a vantaggio della "lotta di classe inter-nazionale": un abbaglio non sconosciuto alla destra (si ricordi il pascoliano richiamo alla "grande proletaria"), e dunque figlio del tempo, in toto. Non è una giustificazione, anche se comprendo che possa sembrarla. L'antisemitismo della RF è inescusabile, ed in Germania fu semplicemente criminoso. E fu un prodotto del tempo.

Quel che non mi piace dell'art. è la sbrigativa sentenza
per cui, oggi, gli "antisionisti" (che magari sono solo critici della politica estera israeliana) starebbero seguendo la stessa "traiettoria": sembra quasi che la curata documentazione fornita sia servita solo da "cappello" ad una tesi pre-giudicata.


Io non ho mai considerato "colonialistico" il problema
palestino-israeliano: è un tipico problema nazionalistico; non sono inoltre affatto dell'idea che chi abita un luogo ne sia anche il proprietario, poiché non credo al legame fra terra e sangue; ma credo ai diritti di chi lavora. Il sionismo ha condotto in Palestina una consistente immigrazione, che ha condotto (via vendite, insediamenti, fallimento di trattative, insinuarsi dell'antisemitismo europeo) ad uno stato di cose nel quale i fellah palestinesi hanno pagato TUTTI i conti; prima agli effendi e poi allo Stato di Israele; poi ancora ai "nuovi Stati" (come la Giordania ed il Libano). Questo significa che la situazione degli ebrei di Palestina, negli
anni '20, NON era un caso di colonialismo, ma nemmeno un caso di "nazionalità oppressa", poiché la presenza dei futuri israeliani fu fino alla fine dell'800 largamente minoritaria: una nuova nazionalità era entrata in un relitto di un altro impero, tutelato da un secondo impero.

La semplificazione criminale, indotta dalla visione stalinista delle nazionalità e rinfocolata dai pregiudizi correnti sulla ricchezza ebraica, partorì una posizione politica antisemita e comunista. Ma non certo una posizione politica marxista ed antisemita, in quanto è incongruo pensare ad un Marx che si potesse adagiare insensatamente sullo sciovinismo moralista (gli ebrei sono "stranieri" e "immorali") di RF. Voglio salvarmi l'anima? No. Il comunismo partecipa della storia, e di tutti i suoi errori; ma non ha nella sua storia una cogenza antisemita.

Tutto qui. Non a caso, la "sinistra" per Kistenmacher si "comunistizza", per poter giustificare la presunta genesi di un antisemitismo che non ha invece la "base politica" di quello degli anni '20.


Namib.   Nessun commento

La "doppia fedeltà"

mercoledì, 04 ottobre 2006 15:08 in varie
 

In margine al recente incontro della Consulta Islamica, su un tg nazionale & pubblico si è fatto disinvoltamente cenno (dopo aver deprecato ogni forma di razzismo) al "problema" della percezione dei musulmani da parte degli italiani, i quali sarebbero spaventati dal terrorismo collegato all'Islam, e "quindi" (si fa per dire...) anche dagli islamici, i quali "obbediscono prima alla legge coranica che a quella italiana". Sembra incredibile, ed è spaventosamente preoccupante, che si possa ancora assistere all'ennesima diffusione (oggi "a carico" dei musulmani, "ieri", e purtroppo ancor oggi, degli ebrei) della menzogna della "doppia fedeltà". Come se la Consulta dovesse occuparsi di "ospiti", e non di italiani a pieno titolo, o di cittadini stranieri dotati del pieno diritto di esprimere il proprio pensiero.

Va anche detto, sempre purtroppo, che, mentre la sensibilità in materia di antisemitismo si va fortemente consolidando nel nostro Paese, non altrettanto si può dire dell'anti razzismo "religioso" scaraventato contro la comunità islamica su tutti i fogli & fogliacci della ridente (de che, poi?) Italia, e "sdoganato" dalla (recentemente scomparsa) Fallaci, nei suoi deliranti anatemi contro i "figli di una cammella" (parole della "grande scrittrice").

E non si tratta solo di insensibilità. A mio avviso si tratta di incubazione. Il "potenziale" razzista" dell'italiano medio rischia di diventare un prototipo, in viertù della consueta anomalia storica costituita dal nostro Paese: l'Italia è infatti stata (fino agli anni '60 ed oltre) terra di emigrazione, ma nell'arco di 20 ha rovesciato questa "vocazione", trasformando radicalmente un'economia fordista in un laboratorio di micromprenditorialità sostenuta dalla politica di svalutazione della fu lira. Ora che (fortunatamente) la lira non esiste più, la "modernità" italica sta mostrando i suoi limiti: la "fabbrichètta" nordista decentra in Romania e lascia detriti di sub-microimprenditorialità, prontamente occupati dalla mano d'opera immigrata, ma lascia anche un debito pubblico che da solo è un quarto di quello UE. Avviene così che la nostra pittoresca casetta si trovi ad un tempo non-caratterizzata e sbilanciata dal punto di vista produttivo, e indebitata; ed anche oggetto di un'immigrazione.

Un Paese, quindi, instabile, nel quale hanno facilmente attecchito le parole d'ordine della nuova politica estera USA, fondata su una visione volontaristica ed idealistica (dal punto di vista del marketing, s'intende) della democrazia. I tre elementi di questo puzzle costituiscono un rischio politico notevole, nella patria ideale del fascismo storico.

Inviterei quindi gli irresponsabili commentatori che vaneggiano di torture e vendette contro il "nemico" di riflettere sul tipo di terreno nel quale cadono i velenosi semi che gettano. Questa terra, la nostra, potrebbe diventare di nuovo un "esperimento", un esperimento di rinascita delle persecuzioni razziali. Ora che si è sentito risuonare anche l'ultimo e più funesto argomento (la "doppia fedeltà", appunto) del nazismo antisemita, in un distrattissimo tg serale, la mia schiena comincia a sentire spiacevoli brividi. Occorrerebbe mantenere alto l'impegno di quanto un tempo si chiamava "vigilanza democratica".


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